Il paradosso della conoscenza: tra ignoranza e progresso

Con il suo celebre “So di non sapere”Socrate ha lasciato in eredità alla cultura occidentale un’insuperata lezione di prudenza epistemica: la consapevolezza dei limiti del proprio sapere.

Tale presa di coscienza non è un atto di resa, bensì un invito al costante superamento dei limiti stessi attraverso la ricerca e l’innovazione.  Nel corso della storia, scienziati, artisti e filosofi hanno sfruttato questa tensione tra ignoranza e conoscenza per raggiungere traguardi straordinari.

La pandemia da COVID-19 ha mostrato la duplice natura di questo paradosso: da un lato, la potenza del progresso scientifico; dall’altro, la fragilità di una memoria che dimentica le lezioni del passato.  In che termini, dunque, interpretare tale doppia natura dell’ignoranza?

Da una parte essa può fungere da stimolo all’innovazione e al miglioramento; dall’altra, può essere causa di errori fatali.

Viviamo in un’epoca caratterizzata da un flusso ininterrotto di informazioni.  Ma quanto di ciò che riceviamo possiamo realmente comprendere?  La mole di dati è tale da non permetterci di analizzarla con cura, generando più dubbi che certezze.

In questa deriva di conoscenza si perde la generazione dei “boomers”, formatasi con pochi dati, molti sforzi e un forte spirito critico; naufragano invece i “nativi digitali”, poco avvezzi ai dubbi della ragione.  In questo scenario, l’Intelligenza Artificiale si propone come strumento in grado di elaborare e ordinare tali informazioni, trasformandole in conoscenza.  Riuscirà l’AI a colmare il divario tra dati e comprensione, e a offrirci una conoscenza più solida, coerente e forse anche più etica?